Costi e svantaggi troppi alti per fare tornare un’ondata di protezionismo nel mondo, ma qualche minaccia c’è. Se n’è discusso al Forum Economia e società aperta
“Io sono ottimista che il protezionismo non l’abbia vinta,” ha esordito Bill Emmott, scrittore ed ex direttore di The Economist, partecipando al convegno ‘Il fantasma del protenzionismo’, nel pomeriggio del secondo giorno di Economia & società aperta, il forum promosso da Bocconi e Corriere della Sera. “Il vero spettro del protezionismo è quanto poco ce ne sia e dunque non è il caso di dire ‘arrivederci globalizzazione’. I costi e le barriere per regredire dalla globalizzazione sono troppi alti e siamo ancora nella sua era d’oro.”
Emmott ha sottolineato come, nonostante i disavanzi commerciali e il dollaro in caduta, il tema del protezionismo sia poco presente nell’attuale campagna elettorale Usa e come Hillary Clinton, la candidata che ne ha più attinto, stia perdendo.
D’altronde, ha spiegato Emmott, molti nell’occidente si sono rivolti alle banche asiatiche per risolvere i loro problemi di capitale e se il petrolio a 120 dollari a barile non ha creato shock globali simili al ’73 e ’79 è grazie alla globalizzazione. Gli elevati introiti generati nei paesi produttori, come la Russia e il Medio Oriente, vengono infatti poi riversati nei mercati capitali mondiali o trasformati in consumi.
“Una minaccia alla globalizzazione potrebbe però venire da Cina e India che devono contrastare l’inflazione,” conclude Emmott. “La Cina ha bisogno di combattere l’inflazione all’8,5% e rivalutando la moneta e alzando i tassi potrebbe far venire meno la grande spinta dei suoi consumi.”
“Lo spettro del protezionismo c’è in quanto si percepisce gli aspetti negativi della globalizzazione,” ha raccontato Fabrizio Onida, docente di economia internazionale alla Bocconi. “Per esempio, la povertà nel mondo è calata ma non in modo simmetrico, le disuguaglianze sono aumentate, tra classi sociali e tra categorie di lavoratori, e la globalizzazione viene accompagnata da bolle speculative.”
Ma ci sono anche i molti aspetti positivi della globalizzazione, ha ricordato Onida. È un processo che dura da lungo con scambi commerciali in continua crescita e con l’ingresso di molti nuovi protagonisti, con i paesi emergenti che hanno raggiunto una quota del 50% delle importazioni dei paesi sviluppati. “Perciò il problema non è la globalizzazione in sé, ma come migliorarla,” ha concluso Onida.
“È grazie alla globalizzazione che non c’è più una divisione così marcata tra paesi sviluppati e in via di sviluppo,” ha commentato Ferdinando Beccalli, presidente del consiglio di amministrazione di GE International. “La storia insegna infatti che chi ha implementato misure protezionistiche ha poi sofferto sul piano della crescita e dello sviluppo.”
L’India, ha ricordato Beccalli, fino agli inizi degli anni 90 azionava delle barriere protezionistiche notevoli e cresceva solo del 2-3%. Dopo essersi aperta ora viaggia con una crescita del 7-9%. Mentre qualche barriere esiste ancora in Cina dove, racconta Beccalli, è molto difficile entrare in settori, come l’energia, salute e aeronautica, ritenuti strategici dal governo.
Tomaso Eridani
13/05/2008