In Italia fabbriche globali ma uffici ancora locali

Il settore dei servizi, meno esposto alla concorrenza internazionale, non ha saputo reagire alla globalizzazione, come ha invece fatto l’industria

L’industria italiana ha saputo reagire, anche se in modo non ancora del tutto compiuto, ai cambiamenti competitivi imposti dalla globalizzazione; i servizi non ancora, soprattutto perché sono meno esposti alla concorrenza internazionale. E, in ogni caso, si deve fare attenzione a descrivere in modo sintetico gli effetti della globalizzazione sull’economia, perché ogni filiera li avverte in modo diverso. Queste, in sintesi, le conclusioni dell’incontro La fabbrica globale, tenutosi questa mattina all’Università Bocconi nell’ambito del Forum internazionale Economia e società aperta, organizzato da Corriere della sera e Università Bocconi.

Salvatore Vicari, ordinario di economia e gestione dell’impresa alla Bocconi, ha mostrato i grafici che illustrano il calo di competitività dell’Italia negli ultimi dieci anni, ma ha anche spiegato che l’industria, senza rinunciare ai propri ambiti di specializzazione, ha comunque saputo reagire alla concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro posizionandosi nella fascia qualitativamente più alta del mercato. Il che, ha sottolineato Innocenzo Cipolletta, presidente di Ferrovie dello stato, non è accaduto per i servizi, le vere vittime della paura della globalizzazione. “La direttiva Bolkestein è stata affossata dalla paura dell’idraulico polacco”, ha sostenuto, “con il risultato che, in Italia, vige ancora la logica dello sportello: le imprese creano i propri servizi, i clienti li vengono a cercare e se non trovano quello che vorrebbero sono fatti loro. L’industria, esposta alla concorrenza internazionale, ha invece reagito con produzioni su misura, non imitabili”.

Una recente ricerca della London school of economics, ha detto ancora Vicari, individua nella qualità del management il fattore che spiega una quota significativa (fino al 30%) delle differenze di produttività; fattore a sua volta spiegato dal livello di istruzione e dalla tipologia di proprietà d’impresa. L’Italia, con una quota di laureati bassa per gli standard dei paesi avanzati, e una diffusa proprietà familiare che troppo spesso intende in modo dinastico la conduzione manageriale, risulta inevitabilmente penalizzata.

A migliorare la qualità del management potrebbe contribuire il mondo del private equity, ha affermato Alberto Cribiore di Brera capital partners, perché, grazie ai vantaggi informativi di cui gode, può favorire l’accesso ai mercati e l’attrazione di nuovi talenti da parte delle medie imprese al centro dei suoi deal. Non per nulla le medie imprese a conduzione familiare sono il segmento di maggiore attività dei fondi.

Carlo Gallucci di Esade, la business school di Barcellona, ha illustrato le dinamiche di reazione alla globalizzazione nel settore della formazione manageriale, mentre Gianfelice Rocca, presidente del gruppo Techint, ha dato una delle definizioni più pratiche e memorabili della globalizzazione. “Globalizzazione significa cercare di far stare nell’economia mondiale un’intera seconda economia mondiale nel giro di dieci anni”, ha detto. “È quello che è successo con la Cina. Quella che era la produzione mondiale di acciaio o cemento di dieci anni fa è pari alla produzione odierna della sola Cina. Ciò non diminuisce, però, l’importanza dei confini, geografici e d’impresa. Dovendo seguire la nostra filiera dalla miniera al servizio connesso alla posa dei tubi in una raffineria ci rendiamo conto che ogni paese e ogni filiera sopporta e reagisce alla globalizzazione in modo diverso e si deve fare attenzione a ogni particolare perché la debolezza in uno snodo fondamentale non mini la competitività dell’impresa. Più che a una partita a scacchi paragonerei la concorrenza nell’arena globale a una partita a go, il gioco cinese in cui vince chi riesce a soffocare le posizioni dell’avversario”.

L’Italia non deve comunque disperare, ha concluso Dario Rinero di Coca-Cola Hbc Italia, perché all’estero è ancora vista come un paese dalle potenzialità parzialmente inespresse e le multinazionali vi delocalizzano attività ad alto valore aggiunto, tanto che il valore prodotto dagli 800.000 dipendenti italiani di società multinazionali straniere supera quello del milione di dipendenti stranieri di multinazionali italiane.

Fabio Todesco

13/05/2008

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